Come dar torto ad Einstein? Cambiare non è da tutti; è un atto di coraggio è un inno da “ONLY THE BRAVE”. Mettersi in discussione non è mai semplice, serve una buona dose di umiltà per riconoscere quando qualcosa non funziona; figuriamoci poi il mettersi in gioco!
Cosa ci blocca davvero?
Ci sono diversi fattori che possono remare contro il cambiamento: il timore di non essere all’altezza, di fallire, di sentirsi troppo in là con gli anni o ancora il giudizio degli altri.
Sì, perché se siamo così fortunati da non fare i conti con la nostra vocina interiore auto-sabotante che ci dice di non fare il passo, c’è sempre qualche grillo parlante che non vede l’ora di smontare il nostro entusiasmo. “Ma sei sicuro? Ma cosa ti sei messo in testa? Alla tua età?”.
Il mito dell’età giusta per cambiare
Dove sta scritto che il cambiamento si possa fare solo in una certa fascia di età? E non ditemi “nella Bibbia”, perché Noè aveva seicento anni all’epoca del diluvio. Metti caso che ci abbia impiegato un paio di secoli per finire l’arca e raccogliere tutti gli animali (tranne quei due poracci dei liocorni, che ancora oggi non si sa che fine abbiano fatto!), direi che il caro Noè ha abbondantemente superato la soglia della terza età nel momento in cui ha compiuto la sua impresa epica!
Il fallimento non esiste
Finiamola di autoflagellarci se commettiamo un errore. Ognuno ha il suo percorso: c’è chi fila dritto, chi inciampa e chi finisce in un labirinto esistenziale con il GPS che non prende. Ma nessuno è immune dagli sbagli.
Che senso ha evitare il cambiamento per paura di fallire? Tanto vale restare immobili in una vita che non ci appaga, con un senso di insoddisfazione che si espande come una macchia d’olio, contaminando il nostro umore, l’ambiente di lavoro, i rapporti con gli altri… persino il povero cassiere del supermercato che si becca la nostra acidità senza colpa alcuna.
Ci ho impiegato anni per capire che il fallimento non esiste. Esistono solo strategie che non hanno funzionato. In breve, abbiamo semplicemente applicato il metodo sbagliato per raggiungere il nostro obiettivo.
Mi piacerebbe davvero tanto conoscere qualcuno che non abbia mai sbagliato in tutta la sua esistenza, ma dubito fortemente che esista. E se esistesse, vorrebbe dire solo una cosa: che non ha mai vissuto davvero. Il fatto di esistere implica la possibilità di errare.
Allora perché dovremmo rinunciare a fare qualcosa che ci permetta di stare bene? Per paura di non farcela? Direi proprio di no! Se per anni abbiamo continuato sulla stessa strada senza ottenere i risultati sperati, non è forse più saggio provare un’altra via, indipendentemente da quello che dicono gli altri?
La spada di Damocle: il giudizio
Una cosa è certa: qualunque cosa facciamo o non facciamo, ci sarà sempre qualcuno pronto a giudicarci senza conoscere tutta la storia. Ci dirà che non siamo abbastanza, che dovremmo rinunciare. E allora? C’è gente che sembra aver fatto dei giudizi non richiesti la propria missione di vita. Ma visto che le bacchette magiche ancora non si vendono su Amazon, direi che è tempo di sbattersene e concentrarsi su ciò che ci fa stare bene, indipendentemente dal giudizio altrui.

Sì alla ri-centratura, no ai metri di valutazione
Concedersi il tentativo di essere felici, di ritrovare il buon umore, non è solo un diritto: è un dovere verso noi stessi e verso chi ci sopporta ogni giorno. Sì, è vero, possiamo fare errori di valutazione lungo il percorso, ma questo non significa che non valiamo o che siamo inconcludenti.
Tendiamo sempre (o almeno io lo faccio, magari voi siete più bravi di me) ad essere troppo severi con noi stessi, a valutarci con metri di paragone imposti dall’esterno. Ma chi decide quale sia il giusto metro di valutazione? E soprattutto, chi ci dice che sia corretto? E per chi?
È tempo di smetterla di sentirsi inadeguati e di fare il nostro meglio per tornare a sentirci bene ed appagati. Che sia un piccolo o un grande cambiamento, iniziamo a muovere il primo passo. Il resto verrà da sé.
Quindi, che si fa?
Come si fa a sentirsi di nuovo bene? Ritagliandoci del tempo per noi, recuperando le nostre passioni o scoprendone di nuove. Dando priorità alla nostra salute mentale e a noi stessi, senza annullarci per gli altri. E no, questo non è egoismo: è buon senso. Perché non possiamo essere di aiuto a nessuno se prima non siamo in grado di aiutare noi stessi.
Venendo a me, la mia ancora di salvezza sono la fotografia e i viaggi. Non quelli da brochure patinata, ma quelli veri: lunghi, intensi, con mille luoghi da scoprire, magari fuori dalle rotte turistiche. Trekking a volte forse troppo impegnativi, notti stellate da fotografare, culture diverse dalla mia. Ogni viaggio è un’opportunità di crescita immensa, un reset mentale che permette di ritrovare la mia centratura.
E devo ammettere che negli ultimi anni questa consapevolezza si è fatta talmente forte da spingermi a tentare il tutto per tutto per trasformarla in un lavoro. Ci sto ancora lavorando, ma spero davvero di riuscirci.
Andrà come andrà, ma io ho deciso di provarci. E voi?
“Non ho fallito. Ho solamente provato 10.000 metodi che non hanno funzionato. (Thomas Alva Edison)”


