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Siamo un Paese di giudiconi

Viaggiare controcorrente (anche su quattro ruote): tra giudizi italiani e piccole rivoluzioni personali

19/05/2025
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Chiang Rai, Wat Rong Khun, White temple-Thailand

Chiang Rai, Wat Rong Khun, White temple-Thailand

Più viaggio lontano, più incontro persone da ogni parte del mondo, più mi rendo conto di una cosa: lo sport nazionale italiano non è il calcio, è giudicare gli altri e farli sentire fuori posto.
Non so da dove ci venga questa abitudine — forse è nel nostro DNA culturale, o magari è solo insicurezza travestita da superiorità — ma una cosa è certa: se condividi un’idea fuori dagli schemi con un italiano, c’è una buona probabilità che ti becchi un bel “per me è no” in pieno stile Maionchi.

E non parliamo poi dei gruppi Facebook di viaggio. Entri sperando di trovare una dritta su un itinerario o un consiglio utile, e ti ritrovi invece sommersa da commenti tipo: “Ma perché vai lì?”, “Non ne vale la pena”, e immancabilmente… l’insulto finale del saputello di turno.

Quando ho deciso di andare in Asia, inizialmente avevo in mente solo la Thailandia. Come sempre, mi sono iscritta a qualche gruppo: quello italiano, quello del posto e altri frequentati da backpacker. Leggo post, raccolgo info, e se non trovo ciò che mi serve… scrivo io.

Quella volta che ho chiesto consiglio per guidare in Thailandia

Quel giorno ho osato chiedere un consiglio su un itinerario piuttosto intenso per il nord della Thailandia, a fine novembre.
Oltre al classico loop Mae Hong Son, volevo aggiungere: Chiang Mai – Phayao – Chiang Rai – Doi Mae Salong – Tha Ton – Chiang Dao – Chiang Mai. Un giro tra templi, piantagioni di caffè… e ancora templi.

L’idea era farlo in auto, guidando a sinistra — la mia prima volta! In Australia non me l’ero sentita, anche se paradossalmente sarebbe stato più facile, vista l’ampiezza delle loro strade.

Ebbene, pubblico il post… e arriva lui. Un tizio che inizia a insultarmi dicendo che guidare in Thailandia è pericoloso, che sarei morta, e altre amenità da porta sfiga.

Ora, ok, Bangkok è un caos e non ci pensavo nemmeno a guidare lì.

Ma nel nord, con un minimo di attenzione, è assolutamente fattibile.
Certo, serve cautela: le strade sono piene di curve e saliscendi, e se ti danno (come succede) un’auto col cambio automatico, devi ricordarti di far riposare i freni.
Altrimenti rischi di finire dritto nella giungla, come ho visto fare a quel camioncino pieno di cappucci davanti a me.

Ma lui? Non sapeva nulla di me. Avrei potuto essere una campionessa di rally! (Non lo sono).
Però vivo in campagna, guido su strade strette e dissestate, sono vent’anni che giro per le isole greche in auto — su strade che non si possono neppure chiamare tali — e ho fatto quattro anni sul lago di Como, dove se incroci un autobus devi farti il segno della croce.

Che diritto aveva di insultarmi, di augurarmi la morte, solo perché volevo guidare nel nord della Thailandia?

Mi chiedo: se fossi stata un uomo, avrebbe reagito allo stesso modo?

Buddha rock sculptures at Wat Huai Pha Kiang , Phayao-Thailand

 

Com’è andata poi con la guida in Thailandia?

Ci sono andata, ovviamente.
È stato facile? Non proprio all’inizio.

Il primo giorno mi ero messa i post-it per ricordarmi la corsia in cui immettermi quando dovevo girare. Invece di azionare le frecce, partivano i tergicristalli. Per uscire da Chiang Mai ho sudato freddo.
Mi avevano anche dato un’auto malmessa: a un certo punto, una parte del carter sotto il motore si è staccata. Non vi dico la fatica.
Mi sono sentita MacGyver: ho tirato fuori la mia corda tuttofare, mi sono sdraiata per terra e, con un paio di magheggi, sono riuscita a fissare il pezzo in modo che non toccasse né terra né la ruota.
Arrivata a destinazione, ho chiesto aiuto in reception 😅😅. Ho fatto tutto il viaggio in Nord Thailandia con un pezzo di auto nel bagagliaio!

I giorni successivi, sono andati molto meglio.
Alla fine, sono riuscita persino a fare una manovra in retro in uno spazio strettissimo, ricevendo una standing ovation dal gestore della guesthouse.
Ancora mi scrive per dirmi: “Non ho mai visto nessuno fare una manovra del genere qui!” 😄

E con questo chiudo la parentesi.

Phayao Lake-Thialand
Giudiconi incalliti o super Sapientoni: la sfida è dura!

Ahimè, è proprio così. Condividere i propri progetti con persone che non sono allineate con noi spesso scatena uno tsunami di critiche e consigli non richiesti, difficili da arginare.

Mettiamo da parte per un attimo il capitolo “famiglia” — lì ormai conosco gli schemi a memoria. Quando devo buttarmi in un nuovo viaggio, li informo il giorno prima (ovviamente il mio compagno escluso: lui è il primo a sapere tutto), e loro stanno iniziando ad abituarsi a non commentare come al solito.

Il problema vero nasce quando provi a condividere l’entusiasmo con qualche amico. Magari è una persona che non farebbe mai un viaggio nel mio stile, ma ti aspetti comunque che sia felice per te. Come io lo sono quando mi racconta delle sue idee, anche se diverse dalle mie.
E invece, ecco che il sipario cade.

Per quanto bene ti vogliano, ogni tanto parte il classico:

“Eh, ma tu puoi…”

“Eh, ma io ho troppe spese…”
“Io non potrei mai cambiare lavoro, lanciarmi così…”

Insomma, il carosello dei ma, che prova invano a spegnerti. E lì impari — a volte con un pizzico di dispiacere — a tenerti le cose per te, o a condividerle solo con chi ha una visione simile alla tua.

Perché diciamoci la verità: già lanciarsi in un progetto fuori dagli schemi richiede coraggio, porta con sé mille incertezze, ostacoli, domande.
Se ci aggiungiamo anche il carico da 90 delle perplessità altrui, è un attimo che l’entusiasmo si affloscia.

Sunset view during my car journey in the North of Thaliand

 

E poi viaggi… e ti si aprono nuovi punti di vista

E poi ti capita di viaggiare. E, quasi senza accorgertene, ti si aprono davanti nuovi punti di vista.
Conoscendo bene la nostra tendenza al giudizio, quando sono lontana da casa sono sempre un po’ restia a parlare dei miei progetti.

Però…
Quando ti trovi dall’altra parte del mondo, circondata da persone che — come te — hanno rivoluzionato la propria vita, ogni tanto la confessione scappa. Ti esce così, naturale.
E lì, boom, come un fulmine a ciel sereno, non arriva il giudizio.

Arriva il supporto.
Magari anche l’ammirazione.
Quel tipo di energia che, da casa tua, raramente ricevi.

E ti ritrovi lì, con gli occhi sgranati a chiederti:

“Ma davveroooo? Sogno o son desto? Le mie orecchie hanno davvero sentito quella frase, o il mio cervello l’ha prodotta da solo per fame di incoraggiamento?”

Ed è in quel momento che capisci quanto sia importante scegliere con chi condividere i tuoi sogni.

Ma, soprattutto, quanto conti il punto di vista con cui riceviamo (o offriamo) un’opinione.
L’ho già citata altrove, ma resta sempre valida

“Dipende… da che punto guardi il mondo tutto dipende.”
(Jarabe de Palo docet.)

E sì, alla faccia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, alla faccia di chi distribuisce i suoi grandi “Ma” come fossero perle di saggezza — ben nascosti nella borsa delle insicurezze — per paura di buttarsi.

Là fuori esiste un mondo in cui è concesso osare.
È concesso inseguire i propri sogni, fare del proprio meglio con i mezzi che abbiamo.
E attrezzarsi con un piccolo kit di emergenza, quando serve.

A volte è una corda.
A volte, una chiacchierata con uno sconosciuto dall’altra parte del mondo, che — anche se parla una lingua diversa dalla tua — ti capisce al volo, quando si tratta di fare qualcosa per te stessa.
Per crescere. Per evolvere.

E ricorda, nessuno nasce McGyver, ma tutti, con un po’ di buona volontà, possiamo diventarlo.
In strada, e nella vita!

Tags: crescitapersonaleempowermentevoluzionemorsadaunascimmiasolotraveltravelblog
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