Diciamocelo: non tutti hanno il cu**, ops — volevo dire la fortuna — di scoprire la propria strada in tenera età. Di sapere già cosa voler “fare da grandi”.
Ognuno di noi conosce qualcuno che, da piccolo, eccelleva in qualcosa o sembrava un piccolo genio.
Io, ad esempio, ho un amico — ex collega — che da bambino aveva costruito una navicella spaziale (o forse un missile, non ricordo bene) con i LEGO per un concorso. Da quel che racconta, ci aveva pensato lui prima ancora della LEGO.
Ora, con quei mattoncini, costruisce stadi di calcio di tutto il mondo… e non ha più spazio in casa.
Ecco, per capirci: io queste persone le ho sempre guardate con ammirazione. E sì, anche con un pizzico d’invidia.
Trovare la propria passione da piccoli è un gran vantaggio — soprattutto se i genitori la supportano.
Non solo perché fare qualcosa che ci fa stare bene è un toccasana, ma anche perché coltivarla presto significa costruire fiducia in se stessi. E questo, a lungo andare, fa crescere l’autostima.
#Mai_una_Gioia!
Io, di certo, non appartengo a questa categoria. Ma questo, credo, fosse già chiaro.
Con o senza navigatore?
Se da un lato c’è chi scopre subito la propria inclinazione e la segue come se avesse un navigatore integrato, dall’altro c’è chi — come me — si ritrova a vagare tra ostacoli, dubbi e false partenze.
Stile Asterix & Obelix di fronte all’ottava delle dodici fatiche.
L’ottava fatica: “La casa che rende folli”
Avete presente? Nel cartone animato, i due Galli devono affrontare 12 prove impossibili. Secondo Giulio Cesare, solo gli dèi potrebbero superarle.
Se ci riescono, avranno l’Impero. Se falliscono anche solo una sfida, l’intero villaggio sarà sottomesso a Roma.
L’ottava prova si chiama appunto “La casa che rende folli”.
Obiettivo? Ottenere il famigerato lasciapassare A-38.
Per farlo devono affrontare l’incubo della burocrazia romana: un edificio infinito, pieno di scale, sportelli e impiegati che li rimbalzano da uno all’altro.
Salite, discese, giri a vuoto. Asterix impazzisce, finché non li batte con l’astuzia: chiede un inesistente lasciapassare A-39.
A quel punto, l’intero ufficio impazzisce a sua volta. Il caos è tale che il prefetto, nel tentativo di placare tutto, consegna loro per sbaglio proprio il lasciapassare corretto.
La mia personale Casa della Follia🤯
Ecco, questa è esattamente la sintesi perfetta dei miei tentativi di trovare la mia strada.
Un palazzo che rende folli.
Pieno di scale senza senso.
Porte sbagliate.
Attese infinite.
O impazzisci e ti arrendi… oppure fai come Asterix: ti inventi una via d’uscita e ti prendi ciò che ti serve.
E sinceramente, credo che questa storia si applichi a molte più persone di quanto sembri.
Non ci è dato sapere perché esista questa ingiustizia nella distribuzione dei talenti precoci.
La risposta classica è un generico “C’est la vie”. Anche se, lo ammetto, a me verrebbe più da dire: “Eh, c’est la vie, grazie al…” — ma non si può.
Ci sono libri e teorie su tutto questo.
C’è chi dice che scegliamo la nostra vita prima di rinascere, per far evolvere lo spirito.
Chi sostiene che decidiamo in anticipo le sfide da affrontare, ancora prima di tornare sulla Terra.
Sarà.
Ma a volte mi chiedo se, al momento della scelta, non mi abbiano offerto qualche infuso psichedelico.
Perché sinceramente, tutta ‘sta fatica me la sarei volentieri risparmiata — col senno di poi! 😅
Così, detto fra noi.

Capire cosa si vuole… per esclusione
A forza di rifletterci sopra, e memore dell’ennesima lezione appresa dai cartoni animati (in questo caso da Asterix), ho capito una cosa:
la mia strada l’ho capita per esclusione.
Ogni sportello visitato nel mio personale palazzo della follia ha aggiunto qualcosa alle mie liste. In particolare:
• Cosa non voglio essere
• Chi non voglio diventare (tipo: acida, infima, bacchettona o lecchina. Insomma, brutta dentro)
• Cosa non voglio più fare per vivere
• Chi non voglio più assecondare
Et voilà: il mistero è (quasi) svelato.
Sono solo quattro liste. Ma dentro c’è un mondo.
Chiaro che questo approccio richiede tempo, ma alla fine ti porta comunque da qualche parte.
Extra bonus: l’esperienza accumulata
A tutto questo si aggiunge una piccola chicca: l’esperienza accumulata nei tentativi sfumati di trovare — o ritrovare — me stessa.
Perché non è che, in vent’anni di peripezie (condite da sfighe clamorose e da eventi infausti fuori dal mio controllo), non mi sia fatta una pellaccia dura per sopravvivere.
Della serie: “Rambo, scansati proprio!”
A volte mi sembra di essere attrezzata con un kit di sopravvivenza per l’apocalisse, da quante ne ho viste. Non esagero.
Ora ci rido su — e già il fatto di farlo è la prova che sono riuscita a inventarmi il mio personale lasciapassare A-39.
Inesistente, sì… ma funziona alla perfezione.
Quando il kit in dotazione è sprovvisto di guida e guru personali 🧭
Il lasciapassare A-39 è l’unica cosa a cui poter aggrapparsi quando:
• non hai la fortuna di conoscere già la via,
• e non sei stato neppure fornito di una guida (o magari te l’hanno pure data, ma era scritta in cinese),
• oppure quella guida non faceva esattamente al caso tuo.
La capacità di reagire alle sfide insormontabili che ci si presentano davanti, la volontà di trovare una via alternativa — anche se più contorta — per uscire dal baratro dell’incertezza e dello smarrimento, è un’arma potentissima.
In grado di cambiare le nostre sorti.
La difficoltà sta nel rendersene conto… e nel cambiare approccio.
Perché, se per una vita abbiamo perseverato verso la stessa direzione e, in cambio, ricevuto — ad ogni apertura di porta — un cesto di pesci in faccia, salvo che:
• non siamo orsi a pesca,
• o foche monache in attesa di uno spuntino…😅
…di quei pesci non ce ne facciamo nulla, giusto?
Non conviene, forse, provare a cambiare direzione?
La nuova direzione
Cosa abbiamo ancora da perdere? Perché dovremmo arrenderci e continuare a vagare senza meta, percorrendo all’infinito la stessa vecchia strada che sappiamo non porta da nessuna parte? Davvero pensate che “questa volta sarà diverso”?
Scordatevelo. Anzi, l’Universo non smetterà di inviarvi segnali finché non vi ritroverete a sbattere con forza contro il muro della realtà.
Io ci ho provato e, alla fine, ho solo aggiunto nuovi nomi alle mie liste, finché non ho capito che era il momento di cambiare rotta.
So che può spaventare. È come camminare su un terreno che cede sotto i piedi.
Ma volete mettere la soddisfazione di capire davvero perché siamo qui? Perché esistiamo? Cosa ci rende migliori?
Per me la risposta è un sonoro “Sì”.
Sì a ogni piccolo passo verso una versione migliore di me.
Sì a ogni gioia che potrò donare e ricevere facendo ciò che amo.
Sì al mio lasciapassare A-39, che forse agli altri non dice nulla, ma per me è la chiave che apre la porta.
Sì a una nuova versione di me.
Sì a una nuova versione di noi, quelli “senza GPS”.
Sì a tutto ciò che è l’esatto contrario di ciò che ci teneva bloccati in una strada senza uscita.


