Morsa da una Scimmia
  • Home
  • Chi sono
  • Portafolio
  • Blog
    • Ri(e)voluzione
    • Viaggiare in solitaria
    • Lezioni in Valigia
    • Isole greche
    • Budget, questo sconosciuto
    • Fotografia di viaggio
  • Contattami
No Result
View All Result
Morsa da una Scimmia
  • Home
  • Chi sono
  • Portafolio
  • Blog
    • Ri(e)voluzione
    • Viaggiare in solitaria
    • Lezioni in Valigia
    • Isole greche
    • Budget, questo sconosciuto
    • Fotografia di viaggio
  • Contattami
No Result
View All Result
Morsa da una Scimmia
No Result
View All Result
Home Ri(e)voluzione

Lasciare andare non è una fuga

Non è un segno di debolezza.

05/07/2025
0 0
Wat Analayo Thipphayaram-Thailand

Wat Analayo Thipphayaram-Thailand

In questi giorni sto leggendo un libro di Daniel Lumera, Ti lascio andare.
Non l’ho ancora finito: sono arrivata al capitolo Spiritualità e lì mi sono fermata a riflettere.
Quel capitolo parla dell’abbandonarsi completamente a Dio, affinché si compia la Sua volontà.
Racconta di un uomo che ha deciso di lasciare la sua carriera e i suoi beni per vivere ai margini di una strada, lasciandosi aiutare dall’universo.
Ha mollato tutto ciò che, a suo parere, era futile, per dar spazio al proprio essere, alla propria natura, alla realizzazione dentro il piano divino.

Ora, io sicuramente non sono a quei livelli.
Non ho un ottimo rapporto con la religione, e di certo non ambisco a quel tipo di scelta.
Però, a modo mio, credo di aver applicato il principio che l’autore cerca di spiegare.
Anche se sto ancora percorrendo la strada.

Lasciare andare non è semplice, quando cresci in una società che ti dice che DEVI avere un lavoro fisso.
Che te lo devi tenere stretto.
Che devi accontentarti e stringere i denti quando le cose non vanno.

Non importa quante angherie tu possa subire.
Non conta quanto stai male a varcare ogni santo giorno la porta di quell’ufficio, per trascorrere 8-9 ore con persone che ti risucchiano l’energia.
Quello che senti, per loro, non è abbastanza rilevante.

Ti devi impegnare: per portare a casa la pagnotta, per pagare l’affitto, le bollette.
Devi ingoiare il rospo e tirare avanti. Perché è così che si fa.

Ti dicono:
“Sono pochissime le persone che vanno al lavoro felici.”
“Le persone che sono contente di andare al lavoro, non lavorano.”

Ma non ti spiegano che forse anche tu potresti far parte di quella cerchia ristretta
No, quello non è dato saperlo.

Io sono cresciuta con l’angoscia del denaro e con l’idea che un lavoro a tempo indeterminato fosse lo la massima aspirazione.
Vivevo per lavorare, e ne ero persino orgogliosa.

Pensavo che la vita fosse tutta lì:
alzarsi, fare colazione, andare a lavorare — 10, 12 ore al giorno, o di più, se serviva.
Riuscire a fare un po’ di sport, nel mio caso nuotare.
Il weekend, uscire ogni tanto. Risparmiare per una settimana di vacanza con il ragazzo.
E poi ricominciare.

Una grande str****ta, diciamolo.

Buddah Cave- Wat Rong Khun

Ma che ne sapevo io? Quello era l’unico esempio che conoscevo:
lavorare duro, a testa bassa, e non dire nulla.

Ecco, sul “non dire nulla” credo che il sistema si sia inceppato.
Perché sin da piccola sono sempre stata una ribelle.
Ho sempre detto quello che pensavo.
Ho imparato a farlo presto, perché altrimenti nessuno mi ascoltava.

Per carità, non mi ascoltavano comunque.
Ma, visto che volevo che le mie esigenze venissero prese in considerazione, con il tempo sono diventata “quella col caratteraccio”.
Quella che, se vedeva un’ingiustizia, lo faceva presente.
Quella che non si faceva mettere i piedi in testa.

Mio fratello mi chiamava “Elena e il complesso misterioso”, in onore di una canzone cantata da Elio e le Storie Tese.
E si sa: un comportamento del genere, soprattutto se sei una donna, non è ben tollerato.

Eppure, nonostante tutto, ho sempre cercato di omologarmi.
O almeno, di provarci.
Di seguire la via “giusta”, quella socialmente accettata.

Mi sono aggrappata.
Non ho lasciato andare.
Ho perseverato su qualcosa che non era nella mia natura, convinta che fosse giusto così.

È buffo. Da piccola mi dicevano sempre:

“Devi accontentarti.”

Poi però capitava che quello che facevo non fosse abbastanza.
E allora sentivo:

“Guarda le altre bambine, come sono brave.”
“Guarda la tua amica: lei sì che è bella e sempre sorridente.”
“Tu invece sei una musona.”

Apro una parentesi.
La mia espressione lasciava a desiderare, lo ammetto, e la mia mimica facciale era ed è tuttora un libro aperto…
Ma a mia discolpa: ero costretta a partecipare ai saggi estivi, eseguendo balletti cretini che odiavo, di fronte a una marea di gente.
Non era già abbastanza fare cucito dalle suore per tutta l’estate, tra Ave Marie e la “famiglia dei gobbon” o “la fiera dell’Est” cantata a son di mantra?
Ma a me, che me ne fregava di fare il balletto? A me non interessava!
Chiudo la parentesi.

Detto ciò…
È solo una mia sensazione, o qualcuno — che non ero io — doveva, mettiamola così, far pace con il cervello?

Perché se a una giovane creatura, bisognosa di riconoscimento e approvazione, dici una cosa…
e poi il suo contrario…
Come cavolo dovrebbe capire come comportarsi, per non ricevere altre critiche e accontentare tutti (tranne sé stessa)?

Quei messaggi confusi non hanno aiutato a costruire la mia autostima, ma a modo mio ho cercato di seguire quello che mi avrebbe portato ad un’indipendenza economica. Me la cavavo un po’ in tutto, non eccellevo in qualcosa di particolare, a parte che nel rispondere a tono, lì ero una furia! Quindi ho fatto quello che potevo, con gli strumenti che avevo, senza mai davvero lasciar andare l’idea di ciò che gli altri si aspettavano da me.

Yin e yang clouds

Ma Se tu non vuoi lasciare andare, credimi che ci pensa l’universo a farti mollare la presa.
E l’universo ha una fantasia infinita; altrimenti non ci potremmo spiegare come al mondo esistano degli esseri /eventi malefici in grado di superare il limite del peggio ad un battito di ciglia e pronti a stressarti l’anima in qualunque momento con le sfighe rocambolesche più assurde.

Nel mio caso la perdita del lavoro mi ha prima messo a KO. Poi mi ha schiaffeggiato fino a quando non ho capito che era inutile affannarmi per qualcosa che non mi piaceva più, che mi creava malumori e mi faceva star male.

Non riuscivo a capire il senso della mia esistenza.

Mi chiedevo:

“Ma è possibile che io sia nata per fare questa vita piatta?
Per inseguire un budget aziendale?
Per correggere a mano un magazzino perché il sistema fa acqua da tutte le parti?
Per farmi mobbizzare da una HR frustrata, che non ha avuto neanche la decenza di rispettare un collega morto suicida — sul posto di lavoro, tra l’altro?”

No. Io non avevo più voglia.
Né di lottare per fare il mio lavoro.
Né di giustificarmi per farlo bene.
Né di avere a che fare con certa gente.

E soprattutto: non volevo diventare come loro.

Mannaggia a me che non l’ho capito prima.
Mannaggia a me che non ho interpretato i segnali dell’universo.
Mannaggia a me che ho avuto paura di sembrare una fallita, pur di non lasciare andare.

Normalizziamo il fatto che Mollare la presa non è una disfatta di caporetto, soprattutto quando la resa ci toglie un macigno dallo stomaco.

La chiave è capire quando incaponirsi produce più danni che benefici.

Perché se da un lato ti entra lo stipendio (unico plus che ci fa reggere ancora), dall’altro  200 euro in psicoterapia, altri per analisi mediche o il nutrizionista, e rimani comunque intrappolato in una situazione che ti divora, senza neanche riuscire a mettere da parte due soldi per qualcosa che ti faccia stare bene.

Nel momento in cui realizziamo che lasciare andare è la soluzione migliore, diventiamo improvvisamente liberi. Liberi dagli schemi ed anche dai ricatti morali, subdoli e sottili, che solitamente si è disposti ad accettare.

Improvvisamente ti rendi conto di avere un super potere, una sicurezza in grado di far impallidire persino quel recruiter che si vanta di avere pelo sullo stomaco (almeno così è stato nel mio caso).

Scopri un mondo totalmente diverso.
Appena chiudi quella porta, lasci andare tutto, accogli  le tue ansie le tue paure i tuoi sensi di colpa, senza farne un dramma, senza vittimismi o giudizi, ecco che ti si propongono nuove alternative.
Ed a quel punto sta a noi saper coglierne il lato positivo. Con umiltà, ma anche con fame di vita.
Perché sì: un mancato rinnovo di un contratto, fa paura.
Restare disoccupati ancora di più.
Doverti svendere per uno stipendio più basso, solo perché sei rimasto a casa, non solo spaventa da morire, ma è anche umiliante.
Può essere terrificante se non osserviamo il tutto sotto un’altra  prospettiva  e con un po’ di filosofia, per non soccombere allo sconforto.

Fraser island after the Typhon

MA se ti siedi e ti dici:

“Ok, questa cosa non dipende da me. Non ho alcun controllo su quello che mi è successo.
Cosa posso fare adesso, per stare bene e non cadere in depressione?
Almeno cinque minuti al giorno?”
C’è qualcosa che mi permette di avere cinque minuti al giorno di serenità?

Bene. Se riuscite a rispondere a questa domanda, avete trovato il punto esatto da cui ripartire.
Quell’attimo che dedicherete a voi stessi vi permetterà di rinascere.
Di luce nuova e, finalmente, propria.

Respirare. Accettare. Riflettere e regalarsi cinque minuti per poter esprimere noi stessi, seguire le nostre passioni.
I minuti diventeranno ore, giorni e – mi auguro – un’intera nuova vita.
Una vita a cui aggrapparsi, e darci dentro con quella resilienza che usavamo per non lasciar andare quel che non faceva per noi. 😉

Perché lasciare andare non è fallire.
È iniziare a vivere con la propria voce,
e non con l’eco di qualcun altro.

Tags: #crescitapersonale #lasciarandare #selfawareness #burnout #ricominciodame
ShareTweetPin
Previous Post

Isole greche “sconosciute”? Basta illusioni, ma qualche gioiello seminascosto c’è ancora

Next Post

Condizioni avverse: nata con il portafoglio vuoto, ma con la voglia di partire addosso

Next Post
Port Campbell National Park-Australia

Condizioni avverse: nata con il portafoglio vuoto, ma con la voglia di partire addosso

Detail of a Taverna in Katarraktis - Chios

Il mio viaggio a Chios: dove il tempo si ferma e il vento profuma di resina

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • Home
  • Ri(e)voluzione
  • Lezioni in Valigia
  • Viaggiare in solitaria
  • Isole greche
  • Budget, questo sconosciuto
  • Fotografia di viaggio
  • Privacy & Cookie Policy

© 2025 Progetto Morsa da una Scimmia di Elena Tomiet | All Rights Reserved  –  C.F. TMTLNE80R69H657R – Sviluppo & Web Design by Elena Slavazza

Welcome Back!

Login to your account below

Forgotten Password?

Retrieve your password

Please enter your username or email address to reset your password.

Log In
No Result
View All Result
  • Home
  • Chi sono
  • Portafolio
  • Blog
    • Ri(e)voluzione
    • Viaggiare in solitaria
    • Lezioni in Valigia
    • Isole greche
    • Budget, questo sconosciuto
    • Fotografia di viaggio
  • Contattami

© 2026 JNews - Premium WordPress news & magazine theme by Jegtheme.