La storia è questa.
Ho sempre desiderato viaggiare, sin da bambina. Non so dirvi perché: era qualcosa che partiva da dentro.
Peccato che, per questo genere di passione, i soldi non ci fossero.
Buffa la vita: sono nata con budget zero e sono finita nel controllo di gestione, dove il budget è il caposaldo.
Le condizioni avverse…
Ho dovuto discutere pesantemente con i miei genitori per andare all’università.
Ero brava a scuola, non ho mai dato problemi.
Ma la mia voglia di studiare si scontrava sempre con il bilancio familiare.
Per mia fortuna sono anche una testona.
Se mi fisso un obiettivo, faccio di tutto per raggiungerlo — e da giovane questa mia “qualità” era ancora più marcata.
Ero piena di speranze e ottimismo.
Così, anche se con qualche compromesso, sono riuscita a laurearmi.
Non essendo sicura di riuscire a convincerli a lasciarmi fare anche la specialistica, e avendo ben chiara l’idea di passare qualche tempo all’estero, ho optato per un indirizzo “di loro gradimento”, che però includesse anche un tirocinio obbligatorio all’estero.
Niente appartamento, solo pendolarismo.
Ma con un obiettivo nascosto. Ero diabolica
Il corso aveva la frequenza obbligatoria.
Più impegnativo delle superiori, rientravo ogni giorno intorno alle sette di sera. Ma ero così determinata che tutto sembrava sopportabile.
Poco importava se, quelle rare volte che uscivo con le amiche, mi addormentavo sul sedile posteriore mentre loro parlavano.
E così è iniziato tutto.
Il detto “da cosa nasce cosa” calza a pennello!
Dopo un tirocinio di circa quattro mesi nel Regno Unito, sono riuscita a fare anche un semestre di Erasmus a Bamberg.
Prima di partire, i sabati e le domeniche lavoravo in una baia in montagna, per racimolare qualche spicciolo.
Anche le stagioni estive al mare hanno aiutato un po’.
In UK scattavo foto che inviavo al Museo dello Scarpone di Montebelluna: studiavano i trend per le nuove collezioni.
In Germania, invece, nei fine settimana pulivo le camere di un hotel.
Fu così che riuscii a convincerli anche per la specialistica.
Con il patto, però, di fare 21 esami in poco più di un anno. Non nei canonici due.
Ma questa è un’altra storia.
Finiti gli esami, mi lasciarono il tempo per scrivere la tesi.
E alla fine, tutto andò bene.
Pace? Magari.
Appena laureata, mia madre aveva già provato a piazzarmi come rappresentante del Folletto. “Ero laureata da cinque giorni ed era già in ansia.”
Una sua amica (che poteva farsi gli affaracci suoi) le aveva proposto un contatto.
Mi sono rifiutata.
Diciamocelo: io sono uno Yeti. Se devo mandarti a quel paese, lo faccio senza mezzi termini — figuriamoci vendere aspirapolveri porta a porta.
Avevo capito subito che non era nelle mie corde.
Fortunatamente, poco dopo trovai un lavoro part-time in un’azienda che esportava mobili: contratto a tempo determinato e periodo di prova di cinque giorni.
Al secondo giorno, era già stato pianificato che avrei dovuto indebitarmi per comprare un’auto. L’auto nuova sarebbe andata ai miei genitori, mentre io avrei usato la loro vecchia Renault 5.
Sì, avete letto bene.
La mia prima paga venne sequestrata in toto.
Motivo? Dovevo pagare l’assicurazione della R5, altrimenti niente auto. Più bollette e compagnia bella.
Io, però, avevo altri piani.
Quella paga mi serviva per la caparra di un’esperienza AIESEC all’estero.
Quella sera piansi per ore. Urlai. Pregai che mi restituissero almeno 100 euro. Mi servivano per iscrivermi al programma.
Nel frattempo, per ripicca, invece di usare l’auto, facevo 20 km in bicicletta ogni giorno — andata e ritorno, salita inclusa.
Perché per principio non era giusto che pagassi l’intera rata.
Ho retto fino ai primi di ottobre: tutta l’estate in bici sotto il sole cocente.
Il contratto si trasformò in apprendistato, ma non mi interessava.
Dopo sei mesi, e qualche risparmio, ero pronta per partire.
🌍Inizia il viaggio
E così partii.
E come colonna sonora avevo le parole di mia madre:
“Ma cosa ti abbiamo fatto di così male che te ne vuoi andare in Africa?”
Sì, l’Africa sarebbe stata la mia prima tappa: quattro mesi in Zambia, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri.
Poi rientro in Italia.
Due settimane dopo, ripartenza per un anno in Portogallo, con un tirocinio pagato (evento raro all’epoca) tramite AIESEC.

Il mio amore per l’estero è sempre stato forte, ma per una serie di eventi sono rientrata in Italia, anche se in Portogallo mi avevano chiesto di restare.
Ho iniziato a lavorare nel controllo di gestione.
Vivere con i miei non era plausibile — anche per questioni logistiche — così condividevo un appartamento con due ragazzi.
I soldi erano pochi, si faceva fatica ad arrivare a fine mese, ma piano piano ho iniziato a mettere da parte qualcosa.
E visto che amavo il mare…
Ho puntato verso la Grecia.
Solo che poi… mannaggia a me, me ne sono innamorata.
A parte qualche eccezione, sono sempre tornata lì, cambiando isola.
Obiettivo: trovare quella in cui passare la vecchiaia.
Ecco perché, in circa vent’anni, ho visitato quasi tutte le Cicladi, una parte del Dodecaneso, delle Sporadi e del Nord Egeo.
Mi sono dedicata alle isole più lontane dall’Italia.
Voi direte:
“Ma che barba, sempre Grecia.”
E invece no.
Ogni isola è un mondo a sé.
Ha la sua storia, il suo ritmo, il suo modo di accogliere i turisti.
Il mare è sempre diverso.
E se ci vai nei periodi giusti, ti ritrovi da sola su una spiaggia non attrezzata, con una schiscetta vista mare mentre il meltemi soffia.

Verso nuovi orizzonti
A un certo punto della mia vita — non più giovanissima e, complice una serie di sfighe, anche chiamate “eventi della vita” — mi sono ritrovata a spingermi oltre.
Ho iniziato con un viaggetto in solitaria in un’isola greca, poi sono passata a un mese e mezzo in Australia.
E infine tre mesi in Asia, sempre da sola, tra Thailandia, Cambogia e Laos.
Nel tentativo di recuperare me stessa, la mia salute mentale, la mia essenza.
E quel desiderio profondo di viaggiare e conoscere culture nuove.
Il fatto è che io vado in crisi d’astinenza dall’estero.
Resisto qualche anno, ma poi ho bisogno di rigenerarmi.
Dopo il Portogallo sono rimasta cinque anni in Italia.
Poi ho lavorato quattro anni in Svizzera.
E alla fine… di nuovo in Italia. Da capo.
Con l’età, la soglia di sopportazione si è accorciata.
A dire il vero, già prima non era altissima.
Il risultato?
Per rimanere sana — e non acida — ho capito che DEVO viaggiare e cambiare ambiente lavorativo.
Oggi – la “Vision”
Voglio fotografare, scrivere, raccontare quello che ho vissuto e che sto vivendo.
E magari aiutare chi crede di essere troppo vecchio per partire da solo o per cambiare rotta.
Punto ad abbattere le credenze limitanti culturali sui viaggi a lungo termine, a supportare le persone che vogliono intraprendere un percorso di crescita personale tramite un viaggio.
Ispirare chi si trova in un momento di stallo nella propria vita, promuovendo uno stile di vita in cui il benessere mentale è la chiave per star bene e far star bene anche le persone che ci circondano.
Badate bene, non pretendo di essere l’esempio da seguire — sono abbastanza incasinata di mio —
ma se riesco a far sorgere un dubbio, a mostrare che ci sono strade alternative… e soprattutto a far capire che non siamo “sbagliati”, ma semplicemente nati in un contesto che non è il nostro, tanto meglio.
Miro a dare la giusta motivazione a tutti coloro che sognano di intraprendere un percorso diverso da quello canonico, senza doversi per forza sentire fuori posto per questo.
Morsa da una Scimmia: “Mission”
Vorrei mettere a frutto la mia esperienza nel controllo di gestione, per dare strumenti concreti a chi sogna di partire: creare un budget di viaggio realistico e aiutare a rispettarlo.
Se bacchetto dirigenti sui centesimi…
…non vedo perché non possa aiutare qualcuno a realizzare il sogno di partire.
Magari per un viaggio lungo. Dopotutto i miei me li sono organizzati io.
Ben venga se si tratta di donne.
Perché lo sappiamo qual è l’opinione in voga:
se un uomo viaggia da solo, è avventuroso.
Se lo fa una donna, ha qualcosa che non va.
Per una donna, purtroppo, la parola “solitaria” è ancora un tabù che crea scalpore.
Con le nuove generazioni le cose stanno lievemente cambiando, e a vent’anni non si faranno problemi a partire alla conquista del mondo.
Ma la forma mentis degli over 40 è un’altra, ahimè. Ed è giusto che anche loro si diano una possibilità, se è questo quello che cercano e vogliono.
Penso che la mia esperienza, la mia storia possa dare a queste donne, e non solo a loro, degli strumenti per affrontare un percorso con una chiave di lettura diversa rispetto a quella che ci è stata insegnata.
Il viaggio come strumento per ritrovare la propria centratura.
Dovrei chiudere con una call to action, ma odio le frasi retoriche.
Quello che posso dire è questo: vent’anni fa non c’erano gli strumenti che ci sono oggi.
Le informazioni erano scarse, le opportunità più nebulose e le credenze limitanti erano ancora più forti di quelle attuali.
Oggi si può pianificare.
Farsi coraggio.
Non lasciarsi frenare dai giudizi, dai “se” e dai “ma” che arrivano ogni volta che si nomina un viaggio in solitaria.
E se pensate che il viaggio dei sogni sia un extralusso da due settimane, avete sbagliato pagina.
Non è il mio stile, né il mio spirito.
Il viaggio lento, invece — quello che ti smuove dentro, ti rimette a fuoco, ti insegna a non dare nulla per scontato —
quello sì, è il tipo di viaggio che vorrei far conoscere alle persone.
Questa è la “Mission” di Morsa da una Scimmia, il brand che è un tutt’uno con me, Elena.


